Ho rifatto il mio sito. Ma prima ho dovuto insegnare all'AI cosa non fare.

Siti tutti uguali, l'incontro con l'iki, i primi tentativi con l'AI pieni di roba e un «Costruisco cose digitali» bocciato senza appello. Come è nato il Magias UI Protocol e il nuovo magiaslab.com.

Negli ultimi tempi mi capita sempre più spesso di osservare siti web che sembrano usciti dallo stesso stampo.

Una grande intestazione, qualche gradiente, tre o quattro card con le icone, pulsanti arrotondati e sezioni che si ripetono con una regolarità quasi rassicurante.

Non sono necessariamente brutti. Anzi, spesso funzionano anche bene.

Il problema è che iniziano ad assomigliarsi tutti.

Con gli strumenti di intelligenza artificiale questo fenomeno è diventato ancora più evidente. Se chiediamo a un modello di progettare un’interfaccia senza dargli indicazioni precise, tende a proporre soluzioni già viste.

E così, mentre realizzare un sito diventa sempre più veloce, rischiamo di dedicare sempre meno tempo a decidere come dovrebbe essere.

Una deviazione in Giappone

Qualche tempo fa mi sono imbattuto nell’iki, un concetto dell’estetica giapponese che il filosofo Kuki Shūzō ha analizzato nel suo libro La struttura dell’iki.

Non è semplice da tradurre. Ha a che fare con l’eleganza, la misura, il carattere e anche con la capacità di rinunciare a qualcosa.

Quest’ultimo aspetto mi ha incuriosito particolarmente.

Quando progettiamo un’interfaccia, soprattutto oggi che possiamo generare qualsiasi elemento in pochi secondi, siamo continuamente tentati di aggiungere.

Un’animazione, una sezione, un effetto, un colore.

Ma se provassimo a fare il contrario?

Non si trattava di realizzare un sito dall’aspetto giapponese, ma di capire se alcuni di quei principi potessero aiutarmi a progettare interfacce meno prevedibili.

Il primo tentativo? Troppa roba.

Ho iniziato a sperimentare con l’AI, prima su un ipotetico sito alberghiero e poi direttamente su Magias Lab.

I primi risultati erano interessanti. Eleganti, curati, con una bella tipografia.

Ma c’era un problema.

Quando ho chiesto di riprogettare la mia homepage, il modello ha prodotto un’immagine piena di elementi: fotografie, servizi, progetti, testi, linee, numerazioni.

Il primo mockup della homepage generato dall'AI: titolo «Costruisco cose digitali per far crescere il tuo business», due pulsanti, quattro card dei servizi, una fila di progetti e altri blocchi sotto
Il primo tentativo: titolo, due pulsanti, quattro card, quattro progetti e altri due blocchi. Tutto nella stessa pagina.

Avevo chiesto un’interfaccia capace di valorizzare lo spazio vuoto e mi ero ritrovato davanti una pagina che cercava di riempirlo tutto.

Un bel paradosso.

Anche sul copy non sono mancate le sorprese. A un certo punto è comparso un improbabile «Costruisco cose digitali».

Bocciato senza appello.

Ma proprio questi errori mi hanno fatto capire che non bastava chiedere all’AI di seguire uno stile.

Servivano delle regole.

Dall’iki al codice

È nato così il Magias UI Protocol, un insieme di principi e indicazioni che utilizzo per guidare i modelli durante la progettazione e lo sviluppo delle interfacce.

Non è un framework e non è una libreria di componenti.

È piuttosto un modo per spiegare agli strumenti con cui lavoro quali scelte progettuali privilegiare e quali automatismi evitare.

Per esempio, una card non deve essere la risposta predefinita a qualsiasi contenuto. Lo spazio vuoto non è necessariamente uno spazio da riempire. Un’animazione deve avere una ragione per esistere.

E soprattutto, l’estetica non deve mai complicare ciò che l’utente deve fare.

Perché un sito può essere raffinato quanto vogliamo, ma se non si capisce dove cliccare abbiamo semplicemente progettato male.

Il protocollo è pensato per essere utilizzato con modelli differenti e adattato alle esigenze di ogni progetto.

Non voglio che tutti i siti che realizzo si assomiglino. Sarebbe esattamente il problema da cui sono partito.

Il risultato è qui

Il primo banco di prova è stato proprio magiaslab.com.

Ho ripensato la homepage cercando di dare più importanza ai contenuti, alla tipografia e allo spazio, eliminando buona parte degli elementi che non aggiungevano niente.

La homepage attuale di magiaslab.com: il titolo «Siti, software e AI per chi lavora in Toscana», un pulsante principale, due link e tre lavori recenti
La home di oggi: un titolo, un'azione principale e tre lavori veri come prova.

Il risultato non è una copia dei primi mockup. Alcune idee sono rimaste, altre sono cambiate durante lo sviluppo.

E va bene così.

La cosa più interessante, alla fine, non è tanto aver rifatto il sito.

È aver trasformato una curiosità in un metodo di lavoro che potrò utilizzare, mettere alla prova e migliorare nei prossimi progetti.

L’AI mi ha aiutato a costruirlo. Ma le decisioni, comprese quelle su cosa togliere, sono rimaste mie.

E forse è proprio questa la parte del lavoro che vale la pena continuare a coltivare.