intelligenza artificialesviluppo webWordPressSEOperformance

Come ti tolgo le mutande e scopro le magagne

L'AI permette a quasi chiunque di costruire un sito. Ma a chi sa dove guardare permette anche di capire molto più velocemente come è stato fatto. Sul controllo qualità, il contesto e perché fare il sito giusto resta un mestiere a parte.

di Alessandro Cipriani

L’intelligenza artificiale permette ormai quasi a chiunque di costruire un sito. Ma permette anche, a chi sa dove guardare, di capire molto più velocemente come quel sito è stato costruito. E qui le cose iniziano a diventare interessanti.

Ogni tanto mi capita di aprire un sito, guardarlo per qualche secondo e pensare: bello.

Poi comincio a spippolare.

E lì, molto spesso, gli tolgo le mutande.

Il titolo è volutamente provocatorio, ma descrive abbastanza bene una parte del mio lavoro negli ultimi tempi: prendere qualcosa che apparentemente funziona, togliere piano piano tutto quello che lo veste bene e vedere cosa rimane sotto.

E di magagne, credetemi, se ne trovano parecchie.

Dal Commodore 64 all’intelligenza artificiale

Io ho iniziato a spippolare con i computer negli anni ‘80, con un Commodore 64.

Commodore 64 con unità cassette Data Master e alimentatore: il computer con cui ho iniziato negli anni Ottanta
Commodore 64: da qui ho imparato che sotto ogni interfaccia c'è sempre qualcosa da capire.

Non sono uno di quelli che a otto anni aveva già deciso che avrebbe fatto lo sviluppatore. L’informatica, per parecchio tempo, non è stata il mio lavoro, ma in qualche modo è sempre rimasta lì. A volte in primo piano, altre sullo sfondo, qualche volta per necessità e molte altre semplicemente perché mi divertiva capire come funzionavano le cose.

Dal 2015 è diventata davvero il mio lavoro.

Ed è successa quella cosa strana che capita quando hai la fortuna, o la sfortuna dipende dai giorni, di trasformare una passione in una professione: inizi a studiare sul serio anche quello che prima imparavi per curiosità.

WordPress era già molto diffuso e stava entrando nella fase in cui costruire un sito web diventava progressivamente più semplice. I primi builder visuali cominciavano a cambiare il mercato e non era più indispensabile sapere cosa succedeva sotto per ottenere qualcosa che, almeno graficamente, funzionasse bene.

Era una rivoluzione.

Io però avevo un problema: non sopportavo di non avere il controllo.

Mi mandava fuori di testa dover aprire pannelli, sottopannelli e impostazioni per fare una cosa che in HTML avrei risolto in pochi secondi. Non perché scrivere codice a mano sia necessariamente meglio, ma perché volevo sapere cosa stava succedendo e poter intervenire quando serviva.

Così ho studiato PHP, CSS, Bootstrap, jQuery, Tailwind, GSAP e tutto quello che, di volta in volta, mi serviva per arrivare al risultato che avevo in testa.

Non ho mai avuto una particolare religione per il codice scritto a mano. Se uno strumento mi fa risparmiare due ore e produce esattamente quello che voglio, ben venga. Il problema nasce quando lo strumento decide al posto mio cosa posso fare, come devo farlo e soprattutto cosa deve succedere sotto.

Per questo, a un certo punto, mi sono trovato molto bene con Oxygen Builder. Aveva un’interfaccia visuale, quindi permetteva di lavorare velocemente, ma allo stesso tempo lasciava abbastanza controllo sul codice, sul CSS e sulla struttura da non sentirsi completamente imprigionati dentro un page builder.

Per me era un buon compromesso tra due mondi.

Poi naturalmente ho continuato a cambiare strumenti, framework, stack e modo di lavorare. Questo mestiere funziona così: quando finalmente hai imparato tutto, qualcuno decide che da lunedì non serve più.

WordPress è stato molto più importante di quanto gli sviluppatori amino ammettere

Io credo che WordPress abbia avuto sul web una funzione paragonabile, con tutte le proporzioni del caso, a quella che la stampa a caratteri mobili ebbe nella diffusione dei contenuti.

E trovo sempre curioso che uno dei progetti più importanti della sua storia sia stato chiamato proprio Gutenberg.

WordPress ha democratizzato la pubblicazione sul web. Ha permesso a una quantità enorme di persone che non avrebbero mai scritto una riga di PHP, HTML o CSS di creare un sito.

All’inizio magari brutto.

Poi meno brutto.

Poi, con temi, plugin e builder sempre più evoluti, anche molto bello e perfettamente funzionante.

Ed è stata una cosa positiva, perché ha aperto un mercato e ha permesso a piccole attività, associazioni, professionisti e persone comuni di avere una presenza online senza affrontare costi impossibili.

Ha prodotto anche una discreta quantità di mostri, naturalmente: plugin installati senza sapere bene perché, database grandi come il catasto italiano, temi dentro temi dentro child theme e siti che per mostrare una fotografia scaricavano mezza Internet.

Ma fa parte del gioco.

Quando abbassi la barriera d’ingresso, entra più gente. Quella brava e quella meno brava.

Oggi sta succedendo di nuovo. Solo venti volte più veloce

Con l’intelligenza artificiale siamo più o meno nello stesso punto, soltanto con il tasto fast-forward premuto.

Oggi posso aprire uno strumento AI e chiedergli di farmi il sito di una pizzeria. Poco dopo ho una home page. Posso aggiungere il menu, la prenotazione, una pagina contatti, le recensioni e praticamente qualsiasi altra cosa senza dover costruire tutto da zero.

Posso dirgli che lo voglio elegante, minimale, brutalista, stile Apple, stile SaaS o simile a uno screenshot che gli ho appena allegato.

Una persona con pochissime conoscenze tecniche può arrivare in poche ore a un risultato che quindici anni fa avrebbe richiesto parecchio lavoro.

Fantastico.

Ma c’è una domanda che continuiamo troppo spesso a saltare.

Funziona davvero?

Non mi interessa soltanto che si veda, che sia online o che su mobile le colonne vadano correttamente una sotto l’altra. Mi interessa capire se quel sito funziona bene, se serve davvero allo scopo per cui è stato costruito e soprattutto se riesce a fare qualcosa di più che sembrare corretto.

Il problema non è più riuscire a costruirlo

Dal punto di vista puramente tecnico l’AI è già impressionante.

Può controllare il codice, trovare errori, eseguire audit SEO, analizzare performance e accessibilità, suggerire dati strutturati, confrontare stack tecnologici e individuare una quantità di problemi che fino a poco tempo fa richiedevano parecchi controlli manuali.

E continuerà a migliorare.

Per questo credo sempre meno che la differenza del futuro possa essere semplicemente: io so scrivere codice e tu no.

Quella barriera sta già crollando.

La domanda interessante diventa un’altra: sai perché stai costruendo quella cosa?

Il contesto

Secondo me oggi il problema più grande dell’AI è ancora questo.

Il contesto.

Non sto parlando del context window del modello. Quello è un problema tecnico e continuerà ad aumentare.

Parlo del contesto vero: quello dell’azienda, delle persone, del cliente, del territorio, del prodotto, dei concorrenti, della storia che c’è dietro. Significa sapere cosa è già stato provato, cosa non ha funzionato e soprattutto distinguere tra quello che il cliente dice di volere e quello che magari gli serve davvero.

In un altro articolo di questo blog, Dopo i dati, l’emozione: cosa fa scegliere davvero la tua struttura, parlavo proprio di questo equilibrio.

La tecnica serve. I dati servono. Le performance, la SEO e la capacità di essere leggibili anche dagli strumenti AI servono eccome.

Poi però dall’altra parte c’è una persona.

E se tutto quello che hai costruito è tecnicamente perfetto ma non comunica niente, hai fatto un ottimo esercizio tecnico. Non necessariamente uno strumento capace di raggiungere un obiettivo.

Lo stesso vale per un sito aziendale.

L’AI può costruirmi una hero tecnicamente impeccabile, ma sa davvero qual è la frase che quell’azienda può permettersi di dire e che nessun concorrente potrebbe copiare pari pari?

Conosce le telefonate che riceve ogni giorno? Sa perché i clienti comprano e, soprattutto, perché a volte non comprano? Ha parlato con chi sta dietro al bancone? Ha visto come viene prodotto quel prodotto? Conosce quella piccola caratteristica apparentemente insignificante che invece, per il cliente finale, fa tutta la differenza?

Se glielo diamo, probabilmente sì.

Se non glielo diamo, se lo inventa.

Ed è proprio lì che nascono tanti siti AI che sembrano tutti parenti: corretti, puliti, professionali e completamente già visti.

E qui arriviamo alle mutande

La parte divertente è che gli stessi strumenti che oggi permettono a chiunque di costruire qualcosa permettono anche a me di smontarla molto più velocemente.

Prima, per fare un’analisi approfondita di un progetto, serviva tempo. Oggi posso mettere insieme strumenti, agenti, script e prompt e arrivare molto prima al punto.

Tolgo la grafica, le animazioni, il gradient, la headline scritta bene e la demo preparata apposta. Poi guardo sotto.

Voglio capire che HTML stai producendo, quante richieste servono per mostrare una pagina, cosa carichi inutilmente, cosa blocca il rendering e cosa succede se JavaScript non parte come previsto.

Voglio capire se il contenuto è davvero leggibile da Google e dagli strumenti AI oppure esiste soltanto dopo che il browser ha eseguito mezzo chilo di JavaScript.

Se mi dici che il sito è accessibile voglio vedere se lo è davvero. Se mi dici che è stato fatto un lavoro SEO voglio capire se esiste una struttura oppure se sono state distribuite quattro keyword qua e là. Se ci sono dati strutturati voglio sapere se raccontano qualcosa o se sono stati inseriti soltanto perché qualche indicatore diventasse verde.

E poi ci sono le cose ancora più banali, che proprio per questo vengono spesso trascurate: il form funziona? Dove finiscono quei dati? Le immagini sono ottimizzate? Il percorso che dovrebbe portare alla conversione ha un senso? Quel bottone enorme con scritto “SCOPRI DI PIÙ” porta davvero a qualcosa di utile oppure semplicemente alla sezione successiva?

Soprattutto voglio capire se quello che il sito racconta corrisponde davvero a quello che quell’azienda è.

Ecco.

A quel punto le mutande sono tolte.

E spesso si scopre che sotto un sito molto bello c’è un lavoro ottimo.

Altre volte si scopre soprattutto parecchio nastro adesivo.

L’AI ha reso più facile improvvisarsi. Ma anche molto più facile essere sgamati

Questa secondo me è la parte del discorso che stiamo sottovalutando.

Si parla continuamente di quanto l’AI renda semplice fare cose che prima richiedevano competenze. È vero, ma vale anche al contrario: rende molto più semplice verificare quelle competenze.

Se hai copiato qualcosa senza capirlo, oggi posso scoprirlo più velocemente. Posso capire se un sito è stato costruito pensando soltanto alla parte visiva, se una pagina è stata riempita di parole per far finta di fare SEO o se per realizzare una funzione banale sono state tirate dentro venti librerie inutili.

La stessa cosa vale per i contenuti.

Se hai pubblicato cinquanta articoli generati automaticamente che non dicono praticamente nulla, oggi è molto più semplice confrontarli, trovare i pattern e capire come sono stati prodotti.

In pratica stiamo democratizzando contemporaneamente la costruzione e il controllo qualità.

E questa è una cosa interessante, perché potrebbe succedere che l’AI faccia sparire il lavoro mediocre molto prima di far sparire quello fatto bene.

Quindi il mio mestiere scomparirà?

Probabilmente cambierà.

Anzi, sta già cambiando.

Io stesso uso quotidianamente strumenti AI. Ne uso tanti, mi sono costruito tool, agenti, workflow e prompt e naturalmente uso l’AI anche per programmare.

Sarebbe abbastanza ridicolo scrivere un articolo contro uno strumento che tengo aperto praticamente tutto il giorno.

Non mi interessa difendere il codice scritto a mano come se fosse artigianato rinascimentale. Se una macchina può fare in trenta secondi qualcosa che prima mi richiedeva mezz’ora, preferisco impiegare quei ventinove minuti e mezzo per fare qualcosa di più utile.

La questione vera è capire cosa diventa quel “qualcosa”.

Secondo me, almeno per adesso, il valore si sta spostando proprio nelle cose più difficili da mettere dentro un prompt. Capire davvero il contesto, per esempio, ma anche fare le domande giuste e accorgersi che il problema che il cliente ti sta raccontando magari non è affatto quello che devi risolvere.

Poi c’è la scelta.

L’AI può proporti dieci soluzioni tecnicamente corrette, ma qualcuno deve ancora capire quale abbia senso per quel progetto, per quel budget, per quelle persone e per quell’obiettivo. E spesso serve anche la capacità opposta: invece di aggiungere l’ennesima funzione, animazione o integrazione, capire che sarebbe molto meglio togliere qualcosa.

È lì che entrano esperienza, dettaglio ed equilibrio. Quella sensazione che ti fa guardare una cosa apparentemente perfetta e pensare: sì, però qui c’è qualcosa che non torna.

E poi andare a cercare cosa.

Forse la vera differenza sarà sapere cosa guardare

Una volta gran parte del valore era sapere come fare una cosa.

Oggi quella conoscenza è diventata molto più accessibile e domani lo sarà ancora di più.

Forse il valore si sta spostando verso il sapere cosa fare, perché farlo e soprattutto come capire se è stato fatto bene.

Ed è qui che torno al titolo.

Gli strumenti diventano sempre più bravi a vestirci. Creano template migliori, testi migliori, immagini migliori, codice migliore e animazioni migliori.

Tutto bellissimo.

Ma più diventa facile vestirsi bene, più diventa importante sapere cosa c’è sotto.

Io, per adesso, continuo a fare quello che ho sempre fatto fin dai tempi del Commodore 64: spippolo, apro, smonto e cerco di capire perché una cosa funziona.

E quando non funziona cerco di capire dove sta la magagna.

Solo che adesso ho strumenti infinitamente più potenti per farlo.

Quindi no, non so se l’intelligenza artificiale mangerà il mio lavoro.

Una parte sicuramente sì.

E probabilmente è giusto che se la mangi.

Quello su cui credo abbia ancora senso investire è tutto ciò che viene dopo il primo risultato apparentemente corretto: il contesto, l’esperienza, la capacità di capire gli obiettivi reali, affinare il dettaglio e trovare quell’equilibrio che difficilmente nasce da una richiesta generica scritta dentro un prompt.

E soprattutto quella fastidiosa abitudine di voler sapere cosa c’è sotto.

Perché fare un sito oggi è diventato facilissimo.

Fare quello giusto è ancora un altro mestiere.