Lo scalino che non si vede
Un disabile e un'intelligenza artificiale leggono la stessa identica pagina. Quella che non avete mai guardato.
di Alessandro Cipriani
Un disabile e un’intelligenza artificiale leggono la stessa identica pagina. Quella che non avete mai guardato.
Se mettete tre gradini davanti all’ingresso del vostro albergo lo vedono tutti, ma proprio tutti.
Lo vede il cliente in carrozzina che si ferma sul marciapiede e vi telefona per chiedere se c’è un altro ingresso, lo vede la gente che passa, lo vede il vigile, lo vede la normativa, e lo vedete anche voi tutte le mattine quando aprite. Prima o poi qualcuno ve lo dice, che quei gradini sono un problema, perché è un problema che si può indicare col dito.
Sul web invece no. Sul web non lo vede nessuno.
Un pulsante fatto male è identico a un pulsante fatto bene, uguale sputato: stessa forma, stesso colore, stessa bella immagine sopra. Solo che chi naviga con uno screen reader ci arriva e sente dire “pulsante”, punto, senza sapere cosa diavolo faccia. E non vi chiama mica per chiedervelo. Se ne va, prenota da un’altra parte, e voi non saprete mai che era passato di lì.
Una barriera architettonica che non si vede.
Ecco perché dopo vent’anni di buone intenzioni siamo ancora al punto di partenza.
E guardate che il confronto con le barriere architettoniche regge benissimo, anzi da un certo punto di vista sul web va pure peggio.
Su un edificio, se lo scalino c’è, sono decenni che qualcuno se ne occupa: c’è una legge che ve lo dice, c’è un tecnico che vi firma il progetto, c’è il comune che non vi dà l’agibilità, c’è la gente del paese che nota che quel locale lì non ci può entrare mezzo mondo. È entrata nella testa di tutti, alla fine. Nessuno oggi apre un albergo nuovo con tre gradini e la porta stretta e pensa di averla fatta franca.
Sul web invece? Sul web non c’è niente di tutto questo. Nessuno vi ferma, nessuno vi dice niente, il sito va online lo stesso, è pure bello, e nessuno vi fa notare che una fetta di persone lì dentro non ci riesce a entrare. Anzi, la cosa peggiore è che quella fetta di persone non ve lo dice nemmeno: chi non riesce a prenotare non vi scrive per protestare, va da un’altra parte e amen.
E poi c’è il paradosso che secondo me è il vero motivo per cui mi arrabbio un po’.
Buttare giù uno scalino vero vuol dire muratori, permessi, il locale chiuso per una settimana, migliaia di euro. Mettere un nome a un pulsante che non ce l’ha vuol dire scrivere quattro parole dentro il codice. Dieci secondi, letteralmente. Zero euro.
Costa quasi niente e non lo fa quasi nessuno. Provate voi a spiegarmelo, perché io non ci riesco.
Due righe su di me, veloci ma servono
Perché sennò uno si chiede da dove mi arriva questa fissazione.
Mia figlia Martina ha la sindrome DDX3X. La sua vita la raccontiamo apertamente da anni, senza farne un dramma, perché raccontare una cosa difficile con serenità secondo me aiuta chi ci si trova dentro e non sa da che parte cominciare.
Per come la vedo io l’accessibilità e la comunicazione aumentativa non sono temi delicati da tirare fuori una volta l’anno con la faccia compunta. Sono le fondamenta. Senza quelle, tutto quello che ci costruisci sopra sta su per finta.
Poi ovviamente quando guardo un sito la prima cosa che vedo non è se è bello. Deformazione professionale, o forse familiare, fate voi.
La parte tecnica, che è più interessante di quanto sembri
Vi risparmio le sigle, ma il concetto è semplice.
Ogni pagina web, oltre a quella che vedete voi, se ne porta dietro un’altra: una specie di elenco che dice cosa sono le cose che ci stanno dentro. Questo è un pulsante e si chiama “prenota”, questo è il campo dove si mette una data, questo è un titolo, questo è un link e porta lì.
Quell’elenco è quello che legge uno screen reader. Non guarda mica i pixel: legge quello.
Ed è la stessa roba che va a cercare un agente AI quando deve combinare qualcosa sul vostro sito — trovare un pulsante, capire dove si scrive, compilare un modulo, andare avanti.
Poi va detto che gli agenti non sono tutti uguali. Qualcuno la pagina riesce anche a guardarla, con gli screenshot, le coordinate, il testo estratto. Ma nel momento in cui deve capire cosa è una cosa e cosa ci può fare, torna sempre lì.
Ed è qui che le due storie si incontrano.
Un pulsante bello ma senza nome, un campo senza etichetta, una finestra che esiste solo per gli occhi: chi naviga con uno screen reader resta fuori, e quasi sempre resta fuori anche la macchina che stava provando a fare la stessa cosa.
Una causa sola, due persone diverse lasciate sulla porta.
Sul mio sito ce n’erano nove
Prima di puntare il dito in giro comincio da casa mia, che mi pare più onesto.
magiaslab.com l’ho scritto io, a mano, senza costruttori visuali, con roba moderna, da uno che di mestiere fa questo. L’ho passato con uno strumento che analizza automaticamente l’accessibilità.
Nove violazioni su tre pagine!!
Il pulsante che cambia il tema chiaro e scuro non aveva un nome, quindi per uno screen reader era “pulsante” e stop. Tre link delle anteprime del blog erano completamente muti. Un po’ di colori non avevano contrasto a sufficienza. Il link alla cookie policy si distingueva dal testo circostante solo per il colore, e quindi chi i colori non li distingue bene non capiva nemmeno che fosse un link.
Ci sono voluti tre giri di correzioni per arrivare a zero. E una di quelle correzioni, fatta di corsa, me ne ha creata un’altra: il banner dei cookie l’avevo nascosto male ed era diventato una trappola per chi naviga con la tastiera. Roba da mettersi le mani nei capelli.
Lo scrivo perché è la parte che conta di più: la tecnologia con cui è fatto un sito aiuta oppure complica, questo sì, ma non salva nessuno. Non esiste lo strumento che vi fa l’accessibilità al posto vostro. Esiste solo che qualcuno ci guardi, con l’attrezzo giusto in mano, e la sistemi.
Quello che è saltato fuori facendo prenotare un’AI
Qualche giorno fa avevo fatto una prova diversa: ho lasciato che fosse un agente AI a cercare disponibilità sui siti di quattro strutture, per vedere dove si rompeva tutto quanto. Ve l’avevo raccontato qui.
Su una di queste il motore di prenotazione mostrava le camere a schermo, con prezzi e disponibilità. Per una persona era tutto lì.
Per l’agente, no.
Su un’altra la situazione era ancora più interessante: testi chiari, pagina leggibile, tutto apparentemente al posto giusto. Ma molti campi e pulsanti erano in realtà contenitori generici, senza un ruolo e senza un nome comprensibile.
Si vedeva tutto e non si poteva toccare niente.
Ed è esattamente lo stesso muro contro cui va a sbattere chi naviga con uno screen reader.
Una causa sola, due persone tagliate fuori. E nessuno che se ne accorga, perché nessuna delle due si mette lì a protestare.
E poi c’è la questione della delega
Nel test sui quattro booking engine avevo lasciato una domanda in sospeso: fino a dove vogliamo davvero lasciar fare a questi programmi?
Un conto è dirgli: cercami tre notti a ottobre, confronta le camere, dimmi quanto costano e fammi vedere cosa hai trovato.
Un altro è lasciargli scegliere la struttura, decidere la tariffa, accettare condizioni, privacy e magari usare pure la carta al posto nostro.
Qualche giorno fa Silvia Moggia ha scritto un pezzo proprio su questo e ha chiamato la cosa con il suo nome: delega. Lo trovate qui, e vale la lettura: L’apocalisse fa un ottimo titolo. Il problema vero è la delega.
Il suo punto è che il rischio vero non è la macchina che si ribella, ma il fatto di consegnare pian piano decisioni a strumenti che non sappiamo verificare, finché non siamo più capaci nemmeno di accorgerci quando sbagliano.
Ed è una domanda che va ben oltre il turismo, perché non riguarda solo cosa una macchina riesce a fare, ma cosa vogliamo lasciarle fare e se poi siamo ancora capaci di controllare quello che ci riporta indietro bello impacchettato.
Io una risposta non ce l’ho.
Però so una cosa molto più terra terra: prima ancora di metterci a discutere quanto delegare, quell’agente bisogna almeno metterlo in condizione di muoversi dentro una pagina.
E qui torniamo allo scalino.
Perché quando gli diciamo “vai tu”, quell’agente non sta visitando il sito per passatempo. Ci sta andando al posto nostro. Gli abbiamo delegato un pezzo di ricerca, di confronto, magari domani anche di acquisto.
Se trova pulsanti senza nome, campi senza etichetta, finestre che esistono solo per gli occhi o interazioni costruite in modo incomprensibile, la delega si ferma lì.
La cosa buffa — buffa per modo di dire — è che quelle stesse barriere erano già lì da anni. Solo che prima fermavano persone che molto spesso se ne andavano in silenzio.
Adesso fermano anche chi abbiamo mandato al posto nostro.
Questo paragrafo lo scrivo malvolentieri
Perché adesso è successa una cosa curiosa, e tanto vale guardarla in faccia.
Quella barriera invisibile che per anni siamo riusciti tranquillamente a non vedere ha cominciato a fermare anche le macchine.
E le macchine non se ne vanno zitte come fanno le persone: arrivano per tutti, sono tante, e quando non riescono a fare una cosa il cliente lo scopre subito, perché era lui che gliel’aveva chiesta.
Quindi lo scalino, per la prima volta, si vede.
Non perché sia diventato più alto, sia chiaro. Perché è arrivato qualcuno che ne fa un problema misurabile, con un impatto sul fatturato.
E qui la verità va detta anche se è antipatica: dopo vent’anni in cui l’accessibilità non è stata una priorità per quasi nessuno, quello che sta finalmente convincendo il mercato non è la persona che non riesce a prenotare. È il fatto che adesso non ci riesce nemmeno un programma.
Perché i programmi sono tanti, e sono sempre di più. Ogni persona che apre un assistente e gli chiede di trovarle tre notti a ottobre ne mette in moto uno, e quelle persone aumentano ogni mese.
Quella barriera lì prima si portava via una minoranza che non protestava. Adesso comincia a portarsi via anche pezzi di percorso che finiscono dritti dentro un report.
E guarda caso, appena il problema diventa un numero, interessa a tutti.
Va bene, mi prendo quello che passa il convento, e sono pure contento che se ne parli. Però l’ordine dei fattori è sbagliato, e volevo che restasse scritto da qualche parte.
La cosa bella però c’è
Perché in questa storia c’è un lato che mi piace parecchio.
Chi in tutti questi anni ha costruito bene, pensando alle persone, si ritrova già avanti senza aver mosso un dito.
Non per fortuna, e nemmeno perché aveva capito prima degli altri dove sarebbe andata l’intelligenza artificiale: semplicemente perché era la stessa identica cosa dall’inizio.
Un pulsante che ha un nome ce l’ha per chiunque. Un modulo con le etichette al posto giusto funziona per chi lo vede e per chi non lo vede. Un contrasto decente serve a una persona ipovedente e serve pure a voi, sul telefono, in spiaggia, alle tre del pomeriggio con il sole che picchia.
Non è mai stato lavoro in più, insomma. È il lavoro fatto come si deve.
Cosa potete fare, senza stare ad aspettare nessuno
Non dovete rifare il sito e non serve nessuna tecnologia nuova, tranquilli.
Fatevelo misurare, e potete farlo anche da soli adesso. Serve Chrome e due minuti, giuro.
Aprite il vostro sito, click destro in un punto qualsiasi della pagina, “Ispeziona”. Si apre un pannello pieno di roba che fa paura, tranquilli, non serve capirci niente. In cima a quel pannello cercate la voce Lighthouse (se non la vedete sta sotto le frecce ”>>”). Lasciate spuntata solo Accessibilità, scegliete Mobile, e premete Analizza il caricamento della pagina.
Dopo mezzo minuto vi esce un voto da 0 a 100 e, cosa che conta molto di più del voto, l’elenco di cosa non va: i pulsanti senza nome, i contrasti insufficienti, le immagini senza descrizione. Scritto in italiano, con indicato dove sta il problema.
Se preferite non aprire niente, lo stesso identico controllo lo fate da pagespeed.web.dev: incollate l’indirizzo e guardate il punteggio Accessibilità, non quello delle prestazioni che è quello che guardano tutti.
Poi, per carità: quel voto non trova tutto e non è una patente. Il giudizio di una persona che il sito se lo prova davvero serve ancora, eccome. Ma i problemi più grossi e più ripetuti li pesca, e quasi sempre sono le stesse quattro cose banali che stanno su tutte le pagine.
Chiedete a chi vi cura il sito se l’ha mai fatto. È una domanda legittima e la risposta vi dice parecchio. Nessuno si offende: io per primo, sul mio, ne avevo nove.
E se dovete rifarlo, mettetelo nel capitolato. Non come vocina a parte da valutare alla fine, quando i soldi sono finiti e si taglia. Come requisito, esattamente come il fatto che deve funzionare sul telefono.
Alla fine è una questione di cultura, come i posteggi riservati e le rampe. Come si dovrebbe fare lo sappiamo tutti quanti. Poi però c’è quello che parcheggia sulle strisce gialle perché “tanto è un attimo”.
Sul web quell’attimo dura anni, e non lo vede nessuno.
Almeno adesso, per un motivo di cui avrei fatto volentieri a meno, ha cominciato a vedersi.
Una domanda
E voi lo sapete se il vostro sito è usabile da chi non lo vede?
Ci avete mai provato, anche solo per curiosità?
Scrivetemelo — contattatemi e ne parliamo volentieri.
A presto!