Ho fatto il compito di Mirko e Silvia: ho lasciato prenotare un'AI sui siti di quattro miei clienti
Ho testato quattro motori di prenotazione toscani con un agente AI. Tre arrivano in fondo, uno si ferma a metà. WebMCP, iframe cross-origin, consenso privacy: cosa ho imparato.
di Alessandro Cipriani
Oggi tornavo da Lucca, dall’ennesima giornata di formazione. Sono viaggi che si assomigliano tutti, un’aula, un caffè alla macchinetta, la stessa strada all’andata e al ritorno, e io li riempio di podcast: all’andata per svegliarmi, al ritorno per non pensare alla A12.
Al ritorno c’era l’ultimo episodio de Il Futuro del Turismo, il podcast di Mirko Lalli, che ascolto sempre volentieri, con una sola riserva che gli faccio qui pubblicamente: Mirko, la voce impostata da podcast non si può sentire!! Dal vivo sei un’altra persona, molto meglio. Poi lo so che una voce da microfono serve, che è il mestiere, che se parli come al bar il mezzo non regge, ma dovevo dirlo.
In quell’episodio, con Silvia Moggia ospite per la parte di Officina Turistica, a un certo punto viene assegnato un compito. Non un consiglio, non uno spunto: un compito, di quelli che si fanno e basta.
Fatevi prenotare da un agente AI e guardate dove si rompe.
L’ho sentito all’altezza di Rosignano e ho passato i venti chilometri successivi a pensare a quale dei miei siti avrei rotto per primo. Alla fine, arrivato a casa, li ho provati tutti e quattro.
E sono venute fuori quattro storie diverse.
Prima di tutto, di cosa stiamo parlando
Per due anni la domanda del settore è stata sempre quella: l’intelligenza artificiale mi trova? Ci abbiamo costruito sopra corsi, consulenze, convegni, un acronimo nuovo ogni sei mesi, e ci abbiamo mangiato tutti quanti, io compreso.
Adesso la domanda è cambiata. Non è più se ti trova. È se riesce a prenotarti.
E la differenza è enorme, credetemi. Fino a ieri l’AI era un motore di ricerca più bravo, rispondeva a una persona, e poi era la persona che apriva il vostro sito e faceva tutto da sé. Adesso stanno arrivando programmi che il vostro sito lo usano al posto suo, ci cliccano dentro, compilano i campi, scelgono la tariffa. Il cliente dice “trovami tre notti a ottobre in Toscana, vicino al mare, che accettino il cane” e il software parte, apre i siti e prova a farlo davvero.
Non è fantascienza, e non è nemmeno più una previsione. Il 5 agosto Shopify ha acceso questa possibilità su tutti i negozi online della sua piattaforma, senza chiedere niente a nessuno: da quel giorno un programma può cercare a catalogo, riempire il carrello e arrivare alla cassa. Il giorno dopo Cloudflare, che regge una fetta enorme del traffico mondiale, ha reso la stessa cosa attivabile per qualunque sito con un interruttore. E ChatGPT, nella sua applicazione per computer, ha cominciato a supportarla.
Tre nomi grossi, in due giorni, sulla stessa cosa. Capite anche voi che non è più una curiosità da smanettoni.
Così ho fatto il compito.
Come l’ho fatto, e su chi
L’ho fatto su siti veri, non su demo: quattro strutture che seguo, tutte sulla costa toscana, tutti costruiti, curati e mantenuti da me, e che conosco riga per riga. Un hotel tre stelle fronte mare, un glamping, un altro hotel sul mare, una locanda di charme in campagna. Quattro fornitori diversi di motore di prenotazione.
Non le nomino, e non nomino nemmeno i fornitori. Non è cortesia e non è prudenza legale, è che nominarli renderebbe questo articolo un’altra cosa da quella che è.
Perché questa non è una prova sui fornitori. Nessuno dei quattro ha sbagliato niente, sia chiaro: hanno tutti costruito software che funziona benissimo per il lavoro che gli era stato chiesto di fare, cioè far prenotare delle persone. Nessuno di loro, fino a pochi mesi fa, aveva un solo motivo per chiedersi come si comporta il proprio booking engine quando dall’altra parte non c’è una persona ma un agente AI.
Quello che sto misurando è un’altra cosa: cosa riesce a fare oggi un programma che naviga al posto di un cliente, su siti normali, fatti in modo normale, che nessuno ha preparato per lui. I quattro casi servono a questo. Sono quattro modi diversi di mettere insieme un sito e un motore di prenotazione, tutti legittimi e tutti diffusissimi, e la domanda è quale di questi modi resta comprensibile a una macchina.
Se ci mettessi i nomi, l’articolo diventerebbe una classifica di software, verrebbe letto per capire chi sta messo peggio, condiviso per quello, e discusso per quello. E il punto vero, che il problema non è di nessuno in particolare ma riguarda tutti, si perderebbe alla seconda riga. Perché su quello che conta davvero sono tutti allo stesso livello: fermi. Nessuno dei quattro, ad oggi, ha mosso un dito in direzione degli agenti.
Come agente ho usato Claude, con l’estensione che gli permette di guidare Chrome. Lo dico perché senza sapere quale programma è stato usato il test non lo può rifare nessuno, e perché è un dettaglio che conta parecchio, come vedrete più avanti. Gli ho dato l’istruzione più banale del mondo, scritta come la scriverebbe un cliente:
Verifica se c’è disponibilità per una doppia dal 12 al 15 ottobre per due adulti.
Stessa frase su tutte e quattro, stesse date, stesse persone. Nessun aiuto, nessun suggerimento, nessuna scorciatoia. Dove si fosse bloccato, quello era il risultato.
E qui mi fermo un attimo per essere chiaro su una cosa, perché è importante per capire tutto il resto: il mouse e la tastiera non li ho toccati io. Ho scritto la richiesta e poi sono stato a guardare. È Claude che ha aperto i campi, scelto le date, premuto i pulsanti, letto quello che compariva sullo schermo. Io ero seduto lì a prendere appunti, come si fa a un esame di guida. Le uniche volte in cui ho messo mano io sono quelle in cui ve lo dico espressamente.
Due cose che non ho fatto, e le dico subito, perché altrimenti questo non è un test ma un aneddoto da bar. Non è stato aggirato nessun sistema di sicurezza: dove il sito avesse chiesto di dimostrare di essere umano, il programma si sarebbe fermato lì e amen. E non ho concluso nessuna prenotazione vera, mi sono fermato un attimo prima, con il dito sul pulsante.
La prima struttura
Ha funzionato
Questa è la prima sorpresa e ve la dico prima di tutte le altre, perché il racconto di un test finisce sempre per sembrare un elenco di guasti.
Cinque mosse. Ha aperto il campo della data, ha girato pagina sul calendario, ha scelto il 12, ha scelto il 15, ha premuto cerca. E il calendario, che è la cosa che tutti quanti diamo per scontato che non funzioni, non ha fatto una piega: ha capito da solo che tre notti vanno dal 12 al 15.
Poi sono arrivate le tariffe. Camera matrimoniale, due adulti, tre notti, una tariffa scontata non rimborsabile e una flessibile con cancellazione gratuita. Tutto corretto, tutto leggibile, tutto giusto.
Su un sito che non era stato pensato per una macchina nemmeno per un minuto.
E il controllo antibot non ha fermato niente
Quando parte la ricerca compare per qualche secondo una schermata di verifica, quella che serve a tenere fuori i programmi automatici, l’avete vista mille volte anche voi.
Ero convintissimo di aver trovato lì il punto di rottura. Un muro costruito apposta contro le macchine, piazzato esattamente sulla porta della cassa, la fine del test e un bell’articolo da scrivere.
Si è aperta da sola. Nessuna domanda, nessun quiz, nessun semaforo da riconoscere, niente.
Il motivo poi è semplice, a pensarci: il programma non arrivava da fuori, stava lavorando dentro il mio browser, con la mia connessione e la mia reputazione. Per il sistema di sicurezza non era un intruso: ero io.
Quindi, se qualcuno di voi conta sui filtri antibot per stare tranquillo, sappia che quella non è una difesa. E non deve nemmeno esserlo: quando un agente lavora per un cliente vero, tenerlo fuori vuol dire tenere fuori il cliente.
Il muro però c’è, solo che non si vede
Poi ho chiesto di scegliere la tariffa. E lì si è fermato tutto.
Nessun errore, nessun messaggio, nessuna schermata nuova. Il programma cliccava e non succedeva niente, come premere un campanello scollegato. Che per una macchina è molto peggio di un cartello “chiuso”: senza un segnale non capisce di aver sbagliato, quindi o insiste all’infinito, oppure torna dal cliente e gli racconta una cosa che non è vera.
La ragione è saltata fuori chiedendo al browser l’elenco di tutto quello che c’era dentro quella pagina, e la richiesta è partita mentre le tariffe stavano lì, visibili, in mezzo allo schermo.
Risposta: quelle tariffe non esistono.
Provo a spiegarlo senza tecnicismi, perché è il punto centrale di tutto il discorso. Il motore di prenotazione del vostro sito, quello che vi ha dato la società del booking engine, non è veramente parte del vostro sito. È una finestra ritagliata dentro la vostra pagina che vi mostra un altro sito, di un’altra azienda. Come avere dentro al vostro negozio un corner in affitto a un’altra ditta: i clienti entrano ed escono senza accorgersi di niente, ma di quello spazio lì voi le chiavi non ce le avete.
Una persona quella differenza non la vede. Una macchina sì, e per lei quel confine è un muro.
E qui torna utile sapere quale agente ho usato. Quei prezzi Claude è riuscito a leggerli soltanto perché guarda lo schermo, cioè legge un’immagine, più o meno come la guardereste voi. Ma la maggior parte dei programmi che navigano non fa così: legge il sito, non lo guarda. E lì dentro, di quelle tariffe, non trova assolutamente nulla.
Il che vuol dire che il mio test è stato generoso. Ho usato uno degli agenti messi meglio in circolazione, e si è fermato lo stesso.
Ecco il punto di rottura vero. Non un calendario ostile, non un antibot: un confine invisibile a metà del percorso, dove finisce casa vostra e comincia casa di qualcun altro.
E a questo punto avevo il mio articolo bell’e pronto in testa, titolo compreso: i motori di prenotazione italiani sono un muro per l’intelligenza artificiale.
Poi ho fatto le altre tre prove e l’ho dovuto buttare dalla finestra.
Fino in fondo, a mano
Prima di raccontarvi le altre tre però, ho voluto vedere cosa c’era dopo quel muro, e ci sono andato io a mano, cliccando al posto del programma.
È una cosa che consiglio a ogni albergatore che legge di fare almeno una volta l’anno, perché il proprio percorso di prenotazione non lo riguarda mai nessuno.
Prima arriva la pagina degli extra: il cane, il gatto, la culla per neonati, ognuno col suo prezzino. In fondo alla lista, per proseguire senza comprare niente, c’è una scritta grigia. Non un pulsante, una riga di testo!! Un occhio umano la trova al volo, una macchina la scambia per una nota informativa.
Poi c’è il riepilogo, e qui c’è la cosa che mi ha colpito di più. Il totale in grande è il prezzo del soggiorno. Sotto, più piccolo, la tassa di soggiorno segnata come esclusa. E accanto un secondo numero, la caparra da versare subito.
Tre cifre diverse, nella stessa colonna, tutte in euro, tutte plausibili come risposta alla domanda “quanto costa”. Voi le distinguete in due secondi. Un programma no, e se sbaglia riferisce al vostro cliente un prezzo che non è il vostro.
E alla fine i dati personali, il metodo di pagamento e quattro caselle da spuntare: informativa privacy, condizioni di cancellazione, fattura, promozioni via email. Le prime due obbligatorie.
Erano tutte e quattro vuote. Nessuna preselezionata.
Che è esattamente come dev’essere, e chi ha configurato quel motore ha lavorato bene, chiaro. Ma è anche il punto preciso in cui tutto questo discorso si ferma, e non per ragioni tecniche. Quelle caselle un programma le può spuntare benissimo, sono quattro click. Solo che spuntandole dichiara di aver letto un’informativa e di accettare delle condizioni al posto di una persona.
E un consenso dato da un software per conto di qualcun altro, secondo me, non è un consenso.
Lì mi sono fermato. Anche perché il passo dopo era impegnare ottantacinque euro sulla mia carta e fare una prenotazione vera, sul gestionale di un cliente.
E qui, per correttezza, non è nemmeno una questione di soldi: quella tariffa aveva la cancellazione gratuita, avrei annullato il giorno dopo e non avrei perso una lira. Il punto è un altro. In quel gestionale ci sarebbe finita una riga, una camera bloccata, e magari qualcuno in reception che la vede la mattina dopo e ci lavora sopra, chiama, prepara. Certe cose sulla pelle degli altri non si provano.
Poi ho provato con gli altri tre
Un test solo non dimostra niente, lo sappiamo. Potevo aver trovato l’unico sito storto d’Italia, oppure aver preso per regola generale un caso particolare. Così ho rifatto tutto identico sulle altre tre strutture, stessa frase, stesse date, stesso programma.
E sono venuti fuori tre comportamenti completamente diversi dal primo. E diversi anche fra loro.
Il glamping. I campi della ricerca hanno nomi veri, tanto che le date le ha scritte direttamente invece di litigare col calendario: due mosse invece di cinque. E quando si passa al motore, date e numero di ospiti viaggiano insieme al cliente, non si perdono per strada. Dall’altra parte tutto leggibile, sei tipologie fra lodge e piazzole, ognuna col suo prezzo.
Il secondo hotel. Ricerca fatta con un modulo classico, di quelli che qualunque programma capisce senza sforzo, e al motore arrivano date, ospiti e formato standard. La pagina che si apre è la più chiara di tutte: otto tipologie, prezzo totale e prezzo a notte già calcolati uno accanto all’altro, il trattamento su righe separate, e i pulsanti che si chiamano “Aggiungi”. Non c’è niente da indovinare, mai.
Su questa è successa anche una cosa per sbaglio che si è rivelata utilissima: gli avevo dato delle date in cui l’hotel è chiuso. Il motore ha risposto con un messaggio netto, nessuna disponibilità, più il telefono, la mail e un pulsante per mandare una richiesta. Per una macchina un no comprensibile vale quanto un sì, provate a pensarci. È il silenzio che la manda fuori strada.
La locanda. Qui al motore arrivano più informazioni che in tutti gli altri, comprese le composizioni delle camere. E la pagina che si apre è la più ricca in assoluto: tipologie, prezzi, condizioni per esteso, l’avviso di ultima camera disponibile. E soprattutto, accanto al prezzo diretto, il confronto con quello che la stessa identica camera costa su Booking. Centoventisei euro di differenza, scritti lì.
Quel confronto lì, per un programma, è oro colato. Gli sta dicendo, in un formato che capisce benissimo, che prenotare dal sito ufficiale conviene. Ed è esattamente l’informazione che vorreste finisse dentro la risposta che l’intelligenza artificiale dà al vostro cliente!
Su questa struttura però c’è un difetto che è mio, non del fornitore: il modulo di ricerca sta soltanto nella pagina della locanda. In home c’è un pulsante che scarica tutto sul motore senza portarsi dietro niente. E un programma, esattamente come una persona che arriva da una ricerca, in home ci finisce quasi sempre.
Segnato sul quaderno, si sistema.
Il quadro
| Struttura 1 | Struttura 2 | Struttura 3 | Struttura 4 | |
|---|---|---|---|---|
| Ricerca sul sito | riquadro chiuso | campi leggibili | modulo classico | modulo classico, ma solo in pagina interna |
| Cosa passa al motore | solo la lingua | date e ospiti | date, ospiti, formato standard | date, ospiti, composizione camere |
| Il motore si legge | no | sì | sì | sì |
| Camere lette | nessuna | sei | otto, col prezzo a notte | tre, col confronto Booking |
| Arriva a un prezzo | no | sì | sì | sì |
Tre su quattro arrivano in fondo. Uno solo si ferma.
Ed è quello che ha scelto di restare elegantemente sul proprio dominio.
Ora, questa cosa qui merita di essere guardata in faccia, perché è una bella lezione anche per me. La buona pratica di tenere il cliente sul sito, quella che nel nostro mestiere difendiamo da quindici anni e che a me hanno insegnato all’inizio come un dogma, è la stessa identica cosa che oggi rende quel motore invisibile a chi prenota al posto del cliente. Quello che sembra più curato è il più cieco. Quelli che sembrano più rozzi, perché ti sbattono su un’altra pagina con un’altra grafica e un altro dominio, funzionano.
Non sto dicendo che dobbiamo tornare indietro, per carità. Sto dicendo che una regola che davamo tutti per buona va rimessa in discussione, e che nessuno di noi se n’era accorto semplicemente perché fino a ieri non c’era motivo di andare a guardare.
Le tre domande da fare al vostro fornitore
Da tutto questo esce una cosa pratica, che costa una telefonata e che in Italia in questo momento non sta facendo nessuno. Tre domande, in quest’ordine.
Il mio sito raccoglie date e ospiti prima di passarle al booking engine, oppure scarica tutto quanto su di lui?
Quando le passa al booking engine, si porta dietro quello che il cliente ha già detto, o lo fa ricominciare da capo?
E il motore, dall’altra parte, è una pagina vera o un riquadro chiuso dentro la mia?
Se alla terza vi rispondono “riquadro chiuso”, avete un problema che non sapevate di avere. Non urgente, non drammatico, ma reale: metà del vostro percorso di prenotazione oggi è invisibile a chiunque non abbia gli occhi.
Non c’è fretta. Ma c’è un ordine.
Nell’episodio Mirko lo dice chiaro e ha ragione: non c’è da correre. Questa roba è ancora in prova, le società che fanno i motori di prenotazione ci metteranno anni ad adottarla, sempre che la adottino. Se domani mattina vi chiama qualcuno proponendovi “il sito pronto per l’AI”, vi sta vendendo aria fritta.
Solo che tra “non c’è fretta” e “non c’è niente da fare” ci sta in mezzo tutto il lavoro vero. E quel lavoro si fa a strati.
Il primo strato sono i dati. Avere disponibilità, camere, tariffe, orari, politica sugli animali, distanza dal mare, scritti da qualche parte in modo ordinato e leggibile da una macchina. Non dentro un PDF, non soltanto dentro una pagina scritta per gli occhi. Non serve nessuna tecnologia nuova, serve ordine. Se non sapete da dove partire, ho scritto come rendere il sito del tuo hotel leggibile dalle AI.
Il secondo strato è il sito. Ridurre i confini che un cliente, o chi lo assiste, deve attraversare per sapere quanto costa una doppia a ottobre. Tenere il più possibile dentro casa vostra prima di passare la mano.
Il terzo strato sono gli strumenti veri e propri. È la parte nuova ed è poca roba: qualche decina di righe che dicono al programma “qui puoi chiedere la disponibilità, qui i dettagli delle camere, qui le condizioni”. Si tolgono in mezz’ora se la tecnologia cambia strada.
Il quarto strato è la prenotazione vera e propria. E quello lì dipende dalle società dei motori, non da voi e nemmeno da me. Lì si aspetta, punto.
Il fatto è che i primi due strati non sono una scommessa su questa tecnologia. Sono lavoro che serve comunque, adesso, oggi: rendono migliore il chatbot che avete già sul sito, vi fanno citare meglio dalle risposte dell’AI, alleggeriscono le pagine, semplificano la manutenzione. Se fra due anni tutto questo sarà lo standard vi troverà pronti, e se invece finirà nel cimitero delle buone idee, vi resta comunque un sito più veloce, più ordinato e più facile da attaccare a qualunque cosa arrivi dopo.
A parer mio è l’unica scommessa che vale la pena di fare, quella che paga anche se la perdi.
E soprattutto ricordiamoci una cosa: non stiamo costruendo dal niente. Su tre strutture su quattro quel programma è arrivato in fondo da solo, su siti che nessuno aveva preparato per lui. Non c’è da rifare tutto.
C’è da togliere gli ultimi ostacoli a una cosa che sta già in piedi da sé.
Però adesso mi pongo una domanda
Fin qui abbiamo parlato di tubi, di confini, di cose che si leggono e cose che non si leggono. Tutta roba tecnica, risolvibile.
Ma c’è una domanda che mi gira in testa da quando sono sceso dalla macchina, e non è tecnica per niente.
La prenotazione gliela farei chiudere davvero?
Cioè: io mi fiderei? Metto le date, dico “trovami tre notti sulla Costa degli Etruschi”, e poi lascio che sia il programma a decidere quale struttura, quale camera, quale tariffa, e a mettere la mia carta di credito su quella scelta lì? Anche ammesso che la tecnologia funzioni alla perfezione, che i confini spariscano, che tutti i motori diventino leggibili come il migliore dei quattro che ho provato?
Non lo so. Anzi, credo di no. E credo che non sia una questione di fiducia nel software.
Perché la scelta di dove dormire non è quasi mai una scelta analitica. Ne ho scritto qualche settimana fa in Dopo i dati, l’emozione: i dati ti portano nella lista, ma tra strutture che i dati mettono alla pari a decidere è qualcos’altro. Un programma è bravissimo a trovare il migliore della lista. Ma io il migliore della lista lo scelgo sempre?
Ve la faccio con un esempio di casa mia. Mia figlia Ginevra, quando era piccola, alla domanda “preferisci Disneyland o il Cavallino Bianco?” rispondeva senza pensarci un attimo: Ortisei, o a casa!! Non c’era criterio, non c’era rapporto qualità prezzo, non c’era recensione. C’era un posto che le piaceva e basta, perché ci era cresciuta.
Nessun agente al mondo avrebbe mai scelto quello. Sulla carta perdeva su tutti i parametri.
Ecco, io penso che il punto sia qui. La macchina arriverà benissimo fino a un certo punto — anzi, dopo questi test direi che ci arriva già adesso: trova, confronta, verifica, mette in fila, e su tutta questa parte è meglio di noi. Ma poi c’è un ultimo pezzo di strada che a parer mio ce lo teniamo, non perché il software non sia capace, ma perché quel pezzo lì è il motivo per cui viaggiamo.
E questo, se ci pensate, cambia anche cosa dovete far arrivare all’agente. Non solo disponibilità e prezzo, che sono la parte facile e che tutti avranno. Ma il motivo per cui uno dovrebbe scegliere voi invece del vostro concorrente a tre chilometri, che sulla carta ha la stessa camera a dieci euro in meno.
La parte meccanica del vostro lavoro se la prenderà la macchina, prima o poi. L’altra no, e secondo me nemmeno la vuole.
Quattro strutture, quattro fornitori, una serata. Il compito me lo sono portato avanti fin dove potevo.
Quello che manca, cioè cosa succede davvero quando è una macchina a spuntare la casella del consenso, è la domanda che rimando indietro a Mirko e a Silvia. Non credo abbia ancora una risposta, e non credo che al momento se la stia ponendo nessuno.
E voi? Ci avete mai provato a farvi prenotare da un agente sul vostro sito? Sapete dove va a finire il vostro cliente quando clicca “Prenota”? Fatelo, sono dieci minuti, e poi raccontatemelo. Sono molto curioso di sapere quante altre varianti esistono là fuori.
E ditemi anche l’altra cosa, che mi interessa forse di più: voi, una vacanza, la fareste prenotare a un programma? Fino a dove lo lascereste arrivare?
A presto!
Per chi lavora nel mestiere
La tecnologia si chiama WebMCP, è una proposta W3C con Google e Microsoft fra gli autori, ed è in prova su Chrome dalla versione 149. In pratica il sito registra degli “strumenti”: nome, descrizione in linguaggio naturale, schema dei parametri e la funzione che li esegue. L’agente li legge e li chiama, invece di dedurre l’interfaccia guardando i pixel.
Il blocco che descrivo sopra è la permissions policy tools, impostata di default su self: negli iframe cross-origin la registrazione è disattivata. Per riabilitarla servono due mosse combinate, allow="tools" sull’iframe lato sito ed esposizione esplicita via exposedTo lato fornitore del motore. Senza la seconda, la prima non serve a niente.
Il test è stato fatto con Claude in Chrome, quindi con un agente che dispone di visione oltre che di lettura del DOM. È un caso favorevole: un agente text-only si sarebbe fermato prima anche sui tre siti che hanno funzionato. Per la parte di audit degli strumenti registrati ho usato invece un’estensione dedicata, che interroga la pagina e restituisce l’elenco dei tool WebMCP esposti — su tutti e quattro i siti, com’era prevedibile, zero.
Sul confronto fra i quattro: la variabile discriminante non è il fornitore né la qualità dell’integrazione, è iframe cross-origin contro navigazione. Tre motori su quattro sono pagine vere e l’albero di accessibilità le restituisce per intero, con nomi, prezzi e ruoli corretti. Il quarto vive in un overlay iframe e all’albero non risulta affatto: verificato interrogandolo mentre le tariffe erano renderizzate e visibili a schermo.
Un dettaglio per chi lavora in React: l’API dichiarativa sintetizza gli strumenti dagli elementi <form> presenti nella pagina. Se i vostri form vivono dentro dialog montati solo all’apertura, al caricamento non c’è niente da annotare e l’API dichiarativa diventa inutilizzabile. Si va di imperativa.
Se volete i dettagli dell’implementazione o il protocollo che ho usato per i test, scrivetemi.